f Nik's room: Ecology
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16 giugno 2008

Stop building

An unknown fellow hiding a view own town.
taken by a professional photographer
I don't want hide my town because someone is spoiling it building too many horrible buildings.

taken by me

Wake up, guys! Tomorrow could be too late and we can't turn back.

22 maggio 2008

Il buongiorno si vede dal mattino

Come abbellire il vostro giardino? Costruite anche voi una bella centrale nucleare.
Gli americani non ne costriscono più da 30 anni. Ma chi lo dice a Scajola (Ministro che definì Marco Biagi come un rompicoglioni)?

05 giugno 2007

No Shopping

Spegnere la luce, evitare l'aereo, fare la spesa verde. Non basta. È sempre consumismo. Per salvare il pianeta bisogna smettere di comprare. Ecco l'ultima provocazione dal mondo anglosassone.

A Londra apre un nuovo Ikea: migliaia di persone passano la notte accampate all'entrata, per poi prendersi a botte per dei divani di pelle. TopShop lancia una linea di vestiti firmata Kate Moss: centinaia di giovani donne si riversano su Oxford Street come "uno sciame di cavallette". Sainsbury's, catena di supermercati, vende una borsa firmata dalla stilista Anya Hindmarch. È un prodotto ecologico: una borsa di corda ("this is not a plastic bag", questa non è una busta di plastica, è scritto in corsivo sullo sfondo di tela bianca).
A otto minuti dall'apertura, di queste borse non ne è rimasta neanche una. Adesso le potete comprare su e-bay, ma il loro prezzo è salito alle stelle: dalle cinque sterline iniziali a duecento.
Scene diventate comuni nelle società del benessere, dove lo shopping è un passatempo nazionale, un'attività ricreativa che dà significato alle nostre vite. Ma anche un'attività assassina. Parola di Jonathon Porritt, figura chiave del movimento ambientalista inglese e consigliere del governo Blair (dirige la commissione sullo Sviluppo sostenibile): "Sono molte le grandi idee che nei secoli hanno dominato il pianeta", ha dichiarato all'Observer. "Fascismo. Comunismo. Democrazia. Religione. Ma solo una ha raggiunto la supremazia totale. Una teoria dal fascino talmente compulsivo da privare i suoi seguaci della ragione e del buon senso. Da generare ineguaglianze inaccettabili e minacciare di distruggere il sostrato vitale della nostra società. Più potente di qualsiasi altra causa, persino della religione, ha raggiunto ogni angolo della terra. Si tratta del consumismo".
Insignito nel 2000 dalla regina del titolo CBE (Commander of the British Empire) per il suo lavoro a difesa dell'ambiente, Sir Jonathon Porritt è un ambientalista convinto, ma certo non un radicale, non un estremista, non un sostenitore di quelle tesi ecologiste che, diceva il cancelliere tedesco Kohl, "sono come i pomodori; inizialmente verdi, finiscono sempre per diventare rosse". È rispettato dagli ambientalisti, ma è amato anche dall'industria, dalle multinazionali e dalle imprese; il suo è un messaggio "con il quale il mondo degli affari si stupirà di trovarsi d'accordo". Così, perlomeno, scriveva il Financial Times nel 2005.
Chissà se lo sosterrebbe ancora oggi, date la severità e durezza di queste sue ultime affermazioni.
Moderato, prudente, accomodante (fin troppo, sostiene George Monbiot, autore di Calore, uscito in Italia da Longanesi, che lo ha accusato di essersi venduto al mercato, alle multinazionali), eppure Porritt non se la sente più di pazientare. È categorico: "Se vogliamo salvare il pianeta, dobbiamo smettere di comprare". Paradossalmente, questa affermazione arriva proprio quando il commercio equosolidale, le compere ecologiche, i prodotti targati RED (
che finanziano la lotta all'Aids in Africa) iniziano a riscuotere un gran successo. Spendiamo ma abbiamo la coscienza a posto perché sappiamo che parte dei profitti verranno devoluti a cause giuste.
Sforzi insensati, dice Porritt, tentativi inutili, ribatte Peter Lewis, sostenitore di Buy Less (Compra Meno), un sito il cui motto è: "lo shopping non è una soluzione, compra meno, dona di più". "Dobbiamo smettere", dice Lewis, "di illuderci che comprando possiamo risolvere i problemi che affliggono il mondo".
"Quello che preoccupa Porritt e la sua generazione, me compresa", afferma Jackie Ashley del Guardian, "è che ben presto tutta la popolazione del pianeta inizierà a comportarsi e a consumare quanto noi occidentali. Dobbiamo preoccuparcene.
Parliamo tanto di come la democrazia si stia espandendo in Asia, di come un giorno raggiungerà l'Africa. Ma se a questa democratizzazione si accompagna lo spreco che caratterizza le democrazie occidentali, allora, si salvi chi può". Su questo, Ashley, Monbiot e Porritt si trovano d'accordo: dobbiamo finire di comprare (di produrre, di sprecare) nella maniera ossessiva, eccessiva, irrefrenabile cui siamo abituati.
Martin Rees, direttore dell'Accademia delle Scienze, preside del Trinity College di Cambridge: "Sta a noi, ai governi ma anche ai singoli cittadini dei Paesi industrializzati", sostiene, "assumerci delle serie responsabilità, anche se questo può voler dire dover imparare a consumare meno energia, e a consumarla in maniera più efficiente".
Consumare poco, e non solo energia. Da oggi in poi non basta più spegnere la luce, prendere la bicicletta invece dell'auto, evitare l'aereo: dobbiamo anche, semplicemente, comprare meno - meno cibo, meno vestiti, meno libri e persino meno prodotti ecologici: l'episodio della borsa di Anya Hindmarch lo dimostra, lo shopping ecologico altro non è che una variante dello stesso forsennato consumismo che sta distruggendo il pianeta.
Non sono i soli a crederlo: in America e in Inghilterra sta crescendo il numero di persone che sceglie di vivere con poco. Negli Stati Uniti ci sono i Froogles, una comunità di persone legata da Internet e unite dalla decisione di ridurre al minimo le spese barattando beni, The Compact, un'associazione nata a San Francisco che ha come scopo quello di boicottare tutti i prodotti considerati inutili. Senza contare persone come Colin Beaven e Michelle Conlin, una coppia newyorkese che in un blog racconta come ha deciso di vivere senza produrre rifiuti, senza buttare neanche la carta igienica o come la giornalista Judith Levine, che nel suo bellissimo Io non compro: un anno senza acquisti (Ponte alle Grazie) racconta di un anno trascorso senza acquistare nulla tranne cibo e medicine.
In Inghilterra è nato il movimento dei VS, di coloro che adottano la "Voluntary Semplicity", scegliendo uno stile di vita più semplice, c'è il Freecycle.org, per chi gli oggetti preferisce scambiarli, piuttosto che acquistarli. E ci sono i downshifters, coloro che hanno deciso di lasciare lavori ben pagati e di ridurre i consumi.
Sono persone come Kate Moore, che ha abbandonato una vita frenetica nella City per trasferirsi con tutta la famiglia in campagna, in una casa riscaldata da pannelli solari, da dove si muove solo in bicicletta e certo non per andare al supermercato.
Le spese, ridotte all'osso, riguardano solo prodotti locali. Risultato? "I miei colleghi di un tempo mi prendono in giro, ma noi stiamo bene così. Facciamo le cose di sempre: usciamo, ci divertiamo, beviamo (anche troppo!) e abbiamo una vita più ricca - a riprova del fatto che non è necessario guadagnare molto per essere contenti. Siamo più felici".
Affermazione inaspettata, dato che, come ha scritto Ashley, "il problema con il crescente numero di persone che sposa quest'etica anticonsumista è che fanno presto a sembrare sconsolati fondamentalisti".
Ma, ed è questo il punto interessante, questi downshifters, questi froogles, fondamentalisti non sono. Si tratta, piuttosto, di persone qualsiasi che vogliono fare qualcosa per l'ambiente: come i 1.500 abitanti della cittadina - tradizionale, conservatrice - di Madbury, nel Devon, che dal primo maggio hanno bandito le buste di plastica.
Più che rivoluzionari, questi downshifers, sono testardi e puritani. I loro modelli sono, per gli americani, personaggi reali come Henry Thoreau o letterari come Robinson Crusoe; per gli inglesi l'Inghilterra dell'immediato dopoguerra. "Per una persona nata tra il 1940 e il 1950", dice la columnist Michele Hanson, "vedere il livello di spreco cui siamo arrivati è disgustoso.
Noi siamo cresciuti in anni in cui tutto era razionato - non solo il cibo, ma anche i vestiti, assolutamente tutto. E ci hanno insegnato a non sprecare niente, a "make-do and mend", ad arrangiarci e ad aggiustare, mentre oggi l'imperativo è fregatene e butta via".
Ma risparmiare, avere uno stile di vita frugale (riciclare la stagnola, ricucire i buchi, strizzare il tubetto del dentifricio fino all'ultimo e comprare vestiti usati) può essere scambiato per taccagneria.
Niente affatto, dice Porritt. "Non si tratta di essere tirchi, meschini, avari, ma solo di comprare cose di cui non abbiamo bisogno. Non proponiamo uno stile di vita austero e punitivo, ma semplice e per questo elegante".
Peccato che questo stile di vita non convinca tutti - e non solo per una questione di immagine. Comprare meno, produrre meno, spendere meno - vuol dire generare cambiamenti economici e sociali profondi.
Potrebbe fermare l'economia. Vorrebbe dire, magari, rinunciare al capitalismo: ma non sarà mica vero che questi ecologisti finiscono sempre, come i pomodori, per trasformarsi da verdi in rossi?
Assolutamente no. Anzi. Porritt sostiene che il capitalismo è l'unico sistema economico capace di salvare il pianeta: ma non il capitalismo feroce, privo di regole e di limiti di oggi.
Fortunatamente, però, quello che conosciamo non è l'unico capitalismo possibile, e se lo crediamo è perché, dice Porritt, "abbiamo fatto un patto con il diavolo, abbiamo rinunciato alla giustizia sociale e alla cura dell'ambiente in cambio di un livello crescente di prosperità e di consumi".
Ci siamo lasciati convincere, dai conservatori, dalle imprese, dai monopoli, che il capitalismo può funzionare solo così: chi ne dubita viene considerato uno sciocco, un irresponsabile, un illuso idealista e un traditore ("Andate a fare shopping", disse ai suoi cittadini, poche ore dopo l'attacco dell'11 settembre, il sindaco di New York Rudolph Giuliani. Comprate, altrimenti i terroristi l'avranno vinta, dichiararono allora Cheney e Bush). Ci siamo lasciati persuadere che un capitalismo responsabile, etico, che investe in tecnologie rinnovabili ed ecologicamente efficienti, non sulla quantità, ma sulla qualità dei prodotti, è una contraddizione in termini, un sogno impossibile. Così pensiamo che solo il mercato può aiutarci ad appagare tutti i nostri desideri, solo comprando possiamo essere felici.
Quando in realtà, scrive Judith Levine, il mercato ci offre "qualcosa che precede la gratificazione: nomi infiniti per il desiderio".
Abbiamo smesso di saper distinguere tra necessità e desideri, e finiremo per provare la stessa compassione, la stessa ammirazione, per le migliaia di donne che fanno la fila per la borsa di Anya Hindmarch come per chi è costretto a farlo per un pezzo di pane, un goccio d'acqua, per sopravvivere.
Ma così non è, così non deve essere. Un sistema capitalista diverso non solo è possibile: è anche la nostra unica via di salvezza. Se vogliamo evitare un disastro ecologico dobbiamo imparare dai downshifters: diminuire le spese, adottare uno stile di vita più austero, più posato, più lento. Ma questo almeno sarà bene farlo rapidamente. Come ha dichiarato Tony Juniper, direttore di Friends of the Earth, "se vogliamo che per la fine di questo secolo il nostro pianeta sia ancora terra abitabile dobbiamo ridurre drasticamente i consumi". Da subito.

di Barbara Placido

08 maggio 2007

McDonald's Videogame: I'm playin' it

Da ormai molti decenni McDonald's è criticata per l'impatto che ha sull'ambiente e la società. Come ogni attività produttiva, anche la nostra crea degli inconvenienti: abbattimento delle foreste pluviali, sottrazione del terreno per il sostentamento delle popolazioni del terzo mondo, precarizzazione dei posti di lavoro, desertificazione, avvelenamenti alimentari e così via.
Smentire tutte queste accuse sarebbe pressochè impossibile, perciò abbiamo deciso di creare un videogioco che spiegasse, specialmente ai più giovani, che questo è il prezzo da pagare se vogliamo nutrirci con dei deliziosi Big Mac.

Ronald McDonald

Dirigere una multinazionale come McDonald's è tutt'altro che facile!
Controlla ogni fase del processo: dal pascolo alla macellazione, dalla gestione del fast-food a quella del marchio.

23 marzo 2007

An Inconvenient Truth

What gets us into trouble is not what we don't know. It's what we know for sure that just ain't so.
[Mark Twain]

Al Gore è molto polemico con i media che spesso, anzi spessissimo, credono che sia possibile cambiare la realtà e guidare l'opinione pubblica, piuttosto che avere l'obiettivo di rivelare la verità.
Egli mostra come tutti gli articoli scientifici concordino che sia in atto un cambiamento climatico, solo lo 0% è di opinione diversa, mentre se questa percentuale si rivolge ai media appare come il 53% dei media mostrino che niente sta cambiando e che i fenomeni attuali sono solo occasionali.
Questa è la verità negata e nascosta da quei media pilotati dalle lobbies e dalla politica che non fanno che creare confusione.

Il documentario si conclude con Gore che osserva come gli effetti tragici del riscaldamento globale possano essere scongiurati attraverso una cooperazione a livello globale, e una serie di comportamenti dei singoli individui, per ridurre le emissioni di anidride carbonica nell'atmosfera. Gore invita anche tutti gli spettatori del documentario ad agire, con una serie di abitudini che possono aiutare a combattere il problema.

Il dipartimento dell'istruzione Britannica ha deciso che ogni scuola del Regno Unito riceverà una copia del film. Il film fara parte di un progetto più ampio atto a svecchiare i libri di testo Britannici e a renderli più in linea con le moderne teorie scientifiche sull'inquinamento e d'effetto serra.
Ma perchè non può mai essere l'Italia protagonista di iniziative di questo genere?

Una verità scomoda: un film da vedere.

10 marzo 2007

10 marzo 2007: giornata nazionale dell'acqua

L'oro azzurro

Da dove viene l'acqua e di chi è.
Provate a rispondere a queste domande.

L'acqua è un bisogno primario, dovrebbe essere di tutti, gestito dalle autorità pubbliche. Mai nella storia l'umanità ha pagato la pioggia. Oggi ce la mettono in bottiglia e la paghiamo al triplo del prezzo del petrolio. E' uno dei più grandi incantesimi. Si guadagna di più a investire in fondi che trattano acqua rispetto a fondi che trattano petrolio o altre cose.

SVEGLIAMOCI per favore.
Facciamo la ripubblicizzazione dove è stata privatizzata.
Via le SpA dall'acqua.
Facciamo una legge sulla modica quantità 50 litri al giorno per tutti!

Beppe Grillo

24 febbraio 2007

Giornata senz' auto

Ciao a tutti,
ragazze e ragazzi del Meetup di Trento, ma non solo!
Molti di noi dicono di volersi impegnare e di voler fare qualcosa per la propria città, il proprio Paese e per il proprio futuro. Le intenzioni ci sono e sono molto positive. Ma non sono sufficienti. Forse è giunta l'ora di muoversi davvero, di iniziare a fare qualcosa di concreto. Quotidianamente.

Il Meetup di Trento segnala una proposta, a cui è importante aderire.

Domenica 25 febbraio riempiamo di biciclette le nostre città.
Appuntamento a Trento domenica 25 febbraio alle ore 14.00.
La biciclettata partirà da Piazza Duomo.

L’iniziativa è si terrà contemporaneamente in molte città d’ Italia. La biciclettata è aperta a tutti, è libera, è per la nostra città, per il futuro nostro e di chi erediterà quello che lasceremo.
Che ne dite??
Pedaliamo, e non solo il 25 febbraio, per far capire che usare la bicicletta in città è utile, conveniente e soprattutto possibile.

Come scrive Beppe nel blog:
“Domani, davanti allo specchio, pensateci un attimo. E iniziate la vostra giornata con un gesto per cambiare”.

Gli amici di Beppe Grillo di Trento
Discussione sui temi proposti da Beppe Grillo sul suo blog
www.beppegrillo.it

Dalla protesta alla proposta, per migliorare Trento e provicia!
Citando il compianto Terzani, scopo di questo meetup è:
"Creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia"

16 febbraio 2007

Buon compleanno Kyoto

Il Protocollo di Kyoto compie oggi appena due anni. Un risultato allo stesso tempo eccezionale e velleitario. Eccezionale perché per la prima volta la comunità internazionale ha preso atto della gravità dei cambiamenti climatici e ha deciso volontariamente di imporsi delle regole per cercare di contrastarli. Velleitario perché la terapia scelta, soprattutto alla luce delle ultime analisi, è un po' come cercare di curare un malato di cancro con l'aspirina.
Per capire quanto abbiamo bisogno di cambiare questo stato di cose vi invito a guardare l'immagine qui sotto.

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